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You4Planet: la Comunicazione Insostenibile della Nestlé

you4planet
Sono giorni che nei vari siti e blog che frequento noto banner sempre più grandi (pubblicità “duepuntozero”?) che sponsorizzano il sito you4planet.it. Il sito, dal taglio molto social, è una iniziativa del marchio di acque minerali Levissima, ovvero del gruppo S.Pellegrino che è di proprietà del colosso alimentare multinazionale Nestlé.

Nel sito si può aderire a degli obiettivi di consumo sostenibile predefiniti (Es. “Devo fare sempre la raccolta differenziata”, “Devo portarmi da casa la borsa per la spesa”) e segnarli come “completati” condividendo questi passi con gli altri amici nel network. E tante altre cose…

You4Planet esempio di comunicazione sostenibile?

Purtroppo no.
Vediamo perché:

Insostenibilità ambientale ed etica della Nestlé
La Nestlè è stata condannata in Italia e altre nazioni per contaminazione dei cibi, discriminazione sindacale, pubblicità ingannevole e nel resto del mondo per episodi anche più gravi. Per saperne di più c’è la voce di Wikipedia.
Insostenibilità ambientale del consumo di acque minerali
Non dimentichiamo che per produrre una bottiglia in PET sono necessari in media 100 cm³ di petrolio, 600 di acqua; per trasportarla nel punto vendita ci vogliono almeno 20 grammi di petrolio e si genera l’emissione di 48 grammi di CO2. E altre risorse si consumeranno per smaltirla come rifiuto (anche riciclare ha il suo impatto, sì).
Per saperne di più c’è un bel video.
Insostenibilità della comunicazione in You4Planet
Nel sito non è possibile proporre obiettivi!
Si può solo aderire ad obiettivi predefiniti e segnarli come “completati” (operazione che non manca sicuramente di accrescere l’autostima dei vari membri). Quindi non può essere definito propriamente un manifesto collaborativo di intenti, semmai si avvicina di più ad un (astuto) sondaggio cui in molti hanno aderito entusiasticamente.  In tutti i media in cui è presente You4Planet non c’è una comunicazione orientata alla conversazione. Sia i messaggi publicitari, diffusi e declinati nei vari formati, che i contenuti nei social network sono improntanti alla classica “call to action” (es. “Registrati”, “Leggi”, “Scopri”, ecc…) o alla segnalazione di spunti e articoli più che alla promozione reale di conversazion tra azienda e persone.

You4Planet è una buona iniziativa promozionale che cerca di sposare alcune ultime tendenze del web marketing ma che perde di credibilità per le ragioni su elencate.

Fare comunicazione sostenibile implica una solida credibilità dell’azienda su questo versante, una reputazione sicuramente meno compromessa di quella della Nestlè, una effettiva sostenibilità ambientale dei marchi e dei prodotti associati ben lontana dall’impatto ambientale della produzione di bottiglie di acqua minerale.

Fare comunicazione sostenibile significa non solo comunicare la sostenibilità ambientale del prodotto/servizio ma sopratutto adottare pratiche di comunicazione orientate alla conversazione, alla collaborazione e alla ecologia della attenzione.

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User Broadcast Content

Il Sistema degli User Broadcast Content
Gli User Generated Content o il Citizen Journalism decreteranno a breve la fine dei giornali e del sistema dei media come l’abbiamo conosciuto sinora?
Una segnalazione di Luca De Biase di un ottimo articolo sulla fine dei giornali mi danno lo spunto per proporre un’osservazione fatta in questi mesi:

gli User Generated Content sono in gran parte contenuti replicati dagli utenti nelle varie reti e media sociali.

Sono User Broadcast Content.

Video, foto e testi, decontestualizzati, attinti da fonti più o meno autorevoli e ripubblicati per conquistare attenzione e reputazione in mini-audience personali (veramente “mini”?).

Il Sistema degli User Broadcast Content

Mi riprometto di offrire una migliore concettualizzazione aggiornando a breve questo post.
Provo tuttavia a elencare alcune definizioni essenziali.

Questo sistema si distingue per:

La presenza dei media tradizionali
Giornali, Radio e Tv rimarrano una componente fondamentale del sistema delle comunicazione e della informazione. Rimangono fonti, ancora non del tutto esaurite, di autorevolezza della informazione e del contenuto. Senza di loro non esisterebbe la mole degli UCG.
Una pluralità di gatekeeper dei contenuti
Ovvero le persone che selezionano le informazioni e i contenuti e li replicano nelle reti sociali di appartenenza. I veri protagonisti di questo broadcasting diffuso che si guadagnano autorevolezza e reputazione online con la loro capacità di proporre contenuti e generare discussioni. Rispetto ai gatekeeper (“guardiani del cancello”) classici delle teorie comunicazionali questi sono molto meno dipendenti dai poteri e molto più invece dalle loro audience e reti sociali. I gatekeeper/broadcaster sono e saranno sempre più in concorrenza fra loro per mantenere l’attenzione delle loro audience. Sono social gatekeeper.
Le audience infedeli
Persone che selezionano frequentemente i loro gatekeeper e le fonti di informazione e la cui attenzione è difficile da mantenere con le strategie di fidelizzazione tradizionali dei media. Sono persone poco attive nella produzione e distribuzione di informazioni e contenuti ma che hanno a disposizione strumenti di conversazione, partecipazione e influenza impensabili nel sistema dei media tradizionali.

Questo sistema si è sviluppato sul presupposto essenziale della disponibilità  in forma gratuita (o comunque della facilità di riproduzione) dei contenuti dei media tradizionali.

Cosa accadrebbe se i social gatekeeper non avessero più un accesso simile ai contenuti?

Sarebbero disposti a pagare per garantirsi un flusso di contenuti e informazioni da replicare nelle varie reti sociali per mantenere la loro reputazione online?

P.s. Murdoch sembra scommettere di sì rinunciando persino alla trovabilità dei suoi contenuti.

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Twitter e la Vertigine delle Liste

Il real time web e le liste
È appena passata una settimana in cui le liste hanno fatto parlare di sé.

  • Twitter ha inaugurato il 30 ottobre la nuova feature che consente di creare infinite liste di contatti nominandole con etichette a piacere
  • Repubblica.it ha pubblicato un articolo sulla passione dilagante sul web per i vari programmi di creazione liste (personali, di lavoro, to-do list, ecc.)
  • Umberto Eco ha tenuto una conferenza al Louvre sul tema “La Vertigine della Lista”, che inaugura un ciclo di conferenze sul tema delle liste

La Vertigine della Lista è anche il titolo dell’ultimo saggio di Eco in cui viene affrontato il tema della fascinazione delle liste nella storia e proposte le classificazioni di “liste pratiche” e “liste poetiche”.

Sia le liste di Twitter che il nuovo libro di Umberto Eco suggeriscono alcune definizioni importanti per i nuovi scenari della comunicazione:

Le liste sono una forma di riduzione della complessità
Sono dunque una cura al disordine digitale, uno spazio di sospensione del flusso disorganico e prorompente di informazioni e contenuti tipico del Real Time Web e della comunicazione nell’era digitale in genere.
Le liste sono una forma di narrazione e descrizione della realtà
Propongono priorità e interpretazioni e, anche se meramente pratiche (come le liste di Twitter), incarnano una certa potenzialità poetica o fascinatoria;
Le liste sono una risorsa di identità
Suggeriscono un’autorevolezza del contenuto, spesso uno schema di principi e di intenti; le liste sono tanti piccoli manifesti valoriali o del pensiero cui aderire o no (e le identità negative sono quelle più forti, si sa).

Sono concetti astratti, cari alle scienze sociali, ma facilmente declinabili in pratiche di comunicazione sostenibile nell’era del digitale e del real time web.

Chiunque abbia l’onere o la voglia di comunicare in questa era distinta da disordine, disattenzione e alta competizione sui contenuti deve sicuramente avvicinarsi a questi concetti.

Saper fornire priorità, interpretazioni e risorse di identità, più o meno forti, è stata e sarà sempre la migliore strategia di comunicazione  sostenibile per conquistare autorevolezza e attenzione.

Ridurre la complessità deve imporsi come principio di ecologia della informazione da applicare nei vari mezzi e tecniche di comunicazione istituzionale, aziendale o personale.
Anche utilizzando le liste di Twitter.

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Il Web non è persuasione

Il web non è persuasione
È di oggi un post sul blog di Robin Good dal titolo
Tecniche di Persuasione Online [...]

Un ottimo post (come al solito) con un’intervista al consueto professionista della comunicazione che elenca alcune tecniche di persuasione online, riflettendo il concetto che la comunicazione (in particolare quella sul World Wide Web) è anzitutto persuasione.

Lo dimostrano l’enfasi posta su questo concetto nel post, le innumerevoli web agency e blog che pubblicizzano tecniche di persuasione sul Web e i vari riferimenti online a varie tecniche di psicologia persuasiva, scienza dalla definizione incerta.

A circa 90 anni dalla teoria del proiettile magico, da cui sarebbero nate anni dopo le prime teorie della persuasione, assistiamo ancora oggi ad una riproposizione di un modello di comunicazione che poggia sui seguenti assunti:

I consumatori sono da persuadere
Nessuno spazio per altri modelli di comunicazione (informazione, dialogo, condivisione di idee, collaborazione…). L’importante è convincere ad eseguire una azione con delle “tecniche”.
Va da sé che alla fine di questo processo saranno valutati anzitutto i risultati quantitativi di questa persuasione (quanti acquisti?) più che la qualità della interazione con il consumatore (ma a quanti importa?).
E in caso di risultati negativi? Saranno considerate sbagliate le tecniche? O magari il modello di comunicazione?
I consumatori sono tutti uguali
Le tecniche di persuasione sono valide indistintamente per la massa di consumatori a cui ci si riferisce. Il contenuto della comunicazione è quindi identico per tutti.
I consumatori sono soli
Il singolo consumatore (mai chiamarlo persona, per carità!) elabora il contenuto della comunicazione persuasiva coinvolgendo la propria immaginazione, la propria storia personale, i propri desideri e, nondimeno, complicati processi neuronali. Insomma un sé complesso ma fondamentalmente isolato. E gli altri? Gli amici, i parenti, i friends dei social network  i followers? Non contano niente.

Il Web 2.0 è fatto di persone

Che parlano fra di loro, commentano, contestano, collaborano, producono contenuti, opinioni, recensioni e si influenzano a vicenda. La comunicazione online e le attività di web marketing non possono essere intese oggi come persuasione alla vecchia maniera. Perchè:

Le persone sono da coinvolgere non da persuadere
Informando,  invitando alla partecipazione, chiedendo collaborazione e dialogo, anche nel momento conclusivo e critico di un acquisto online, lo spazio verso cui tutte le teorie della persuasione sul web si concentrano.
Le persone non sono uguali
Sono persone diverse tra loro con esigenze diverse  – e spesso divergenti – anche rispetto alla propensione all’acquisto di uno stesso prodotto o servizio. È un concetto banale e fin troppo esplorato, proprio per questo dovrebbe costringere a pensare ad una comunicazione da persona a persona, non da persuasore a consumatore.
Le persone non sono sole
Sono anzi sempre parte di reti sociali, fisiche o digitali. Formano le proprie opinioni  quindi anche in reti sociali e vari luoghi digitali e influenzano con le proprie opinioni quelle degli altri.

Dialogare, non persuadere

Le aziende e le istituzioni hanno mezzi e opportunità eccellenti per entrare in dialogo con le persone nel Web in maniera diversa. Proponendo conversasioni su blog, social network, aprendo spazi di discussione specifici o contesti comunicativi in cui la collaborazione degli utenti è l’obiettivo primario e probabilmente la “tecnica di persuasione” migliore.

Riconoscendo il fatto che nel Web 2.0 ogni persona è un potenziale influenzatore (persuasore?) delle opinioni altrui.
E  sopratutto che ogni persona può far cambiare opinione al comunicatore online, azienda o istituzione che sia.

Lo spiega bene un rapporto di Edelman dal titolo
Engaging the New Influencers segnalato anche sul blog di Maro Lupi.

In un blog di una nota agenzia di web marketing ho trovato quest’altra frase.

Il concetto di persuasione è da sempre legato alle attività del marketing.

Bene, è arrivato il momento di cambiare!

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Twitter e le ricerche nel Real-Time Web

La nuova home page di twitter con maggiore enfasi sulle funzioni di ricerca

It’s all about search.
Era prevedibile che prima o poi Twitter decidesse di valorizzare le funzioni di ricerca e lo ha fatto ieri proponendo una nuova home page con un focus immediato e rilevante su questo modello, ancora imperante, di interazione tra persone e world wide web: la ricerca.

Si tratta di una risposta ad un trend che avevo già segnalato in questo post, ovvero, alla prevedibile crescita di ricerche fatte sui media sociali che più incarnano il fenomeno del Real-Time Web (Twitter e Facebook) oltre all’ovvia necessità di orientarsi in un flusso di micro-contenuti (tweet) che cresce, cresce, cresce…

Una bella sfida per Google & Co.

Le caratteristiche delle ricerche Real-Time di Twitter

Il Real-Time Web sta introducendo delle modifiche alle forme più consolidate di ricerca nel web e presto ciò produrrà nuovi scenari per i modelli di advertising che si sono costruiti su queste forme.

Proviamo a riassumere:

La ricerca proposta da Twitter è semplice
Nessun link ad una pagina di ricerca avanzata (che pure esiste). L’enorme casella di ricerca sembra suggerire:
“Di’ la tua, ci pensiamo noi”.
E sembra anche suggerire molta spontaneità e istintività nel formulare la ricerca, non più la competenza e le abilità che si sono rese necessarie negli anni per le ricerche su Google.
Questo non vuol dire ovviamente che Twitter abbia già sviluppato una tecnologia di ricerca perfetta (lo vedremo nei prossimi mesi) ma almeno il Look and feel è assai incoraggiante per il visitatore.
Le ricerche su Twitter sono conversazionali
Per sua stessa ammissione Twitter cerca ciò che la gente dice.
Nondimeno è prevedibile che le ricerche degli utenti saranno effettuate sempre più con termini di ricerca complessi e lunghi, ovvero più simili al linguaggio del mondo reale.
L’oggetto delle ricerche non sono più le informazioni ma le persone.
Si potrebbe obiettare che comunque la gente continuerà a cercare su Twitter informazioni semmai troverà conversazioni e persone (più che cercarle). Ad ogni modo i risultati di queste ricerche mettono in relazioni le persone con altre persone, non più con siti web, pdf, blog, gruppi, video e immagini. Questa valorizzazione delle persone come produttori “visibili” di contenuti potrebbe sicuramente comportare nei prossimi mesi uno spostamento dell’oggetto delle ricerche dalle informazioni alle persone (utenti di twitter) le cui conversazioni sono ritenute più significative rispetto ai propri interessi personali.
A chiunque abbia un background di studi in scienze sociali non potrà sfuggire la valenza di questo cambiamento in termini di influenza personale.
I risultati di ricerca su Twitter valorizzano la novità
Del resto è il principio ispiratore del Real-Time Web.
Conta quello che succede e si dice ora.
Niente autorevolezza dell’account Twitter (ma sarà sempre così?), niente PageRank, Backlink e altre tecnicalità che hanno reso celebri le tecnologie di ricerca dei grandi motori sul web.
Per essere presenti nei risultati di ricerca non bisogna investire budget più o meno consistenti per servizi di posizionamento sui motori di ricerca ma solo tempo. E ovviamente bisogna avere sempre qualcosa di interessante da dire e al momento giusto. A questo si aggiunga che i contenuti perdono di valore e visibilità su Twitter nell’arco di poche ore rendendo del tutto inutile quelle logiche di accumulazione/archiviazione cura e trovabilità dei contenuti nel tempo che oggi distinguono siti Internet e Blog.
Insomma essere visibile su Twitter non è così semplice. Al momento è solo, apparentemente, più economico.
Twitter valorizza i trend delle conversazioni
I popular topics mostrati sotto la casella di ricerca non sono certo una nuova invenzione (vedi i trends di Google e i buzz di Yahoo). Però sono lì in home page. Va da sé che essere presenti nei risultati di ricerca dei popular topics è una delle sfide importanti per chi vuole guadagnare visibilità su Twitter.
Twitter incoraggia le ricerche “locali”
Si può ipotizzare che non sia attualmente una delle funzionalità più utilizzate ma cercare ad esempio “scarpe a roma” anzichè un generico “scarpe” sarà una tendenza delle ricerche dei prossimi mesi. E su questo punto la tecnologia di ricerca di Twitter sembra avere qualche punto di vantaggio in più rispetto ai grandi motori del web.
Questa è ovviamente una ottima opportunità per chi ha qualcosa da dire “localmente”.

Insomma Twitter è e sarà per i prossimi mesi search. Qualsiasi modello di business che questo social media vorrà adottare (dovrà farlo presto)  non potrà prescindere da questo modello di interazione. Qualcosa mi dice che i futuri servizi a pagamento di Twitter (pubblicità display?) non saranno così innovativi come il fenomeno Real-Time.

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I motori di ricerca sono conversazioni

L'incremento delle parole utilizzate nelle ricerche nei motori di ricerca negli Usa
In principio furono i mercati ad essere definiti conversazioni, nel celebre Cluetrain Manifesto del 1999.
Ma oggi i mercati – mentre continuano ad essere più che mai conversazioni – sono anche sempre più ricerche.

E le ricerche fatte dagli utenti nei principali motori di ricerca, da un po’ di mesi, tendono ad aumentare con percentuali a 2 cifre e ad essere effettuate sempre più con termini di ricerca complessi  e lunghi, ovvero più simili al linguaggio del mondo reale.

Tutto ciò a dispetto della profezia, già contestata, che con l’avvento di Google Suggest questa lunga coda di ricerche si sarebbe esaurita presto.

Le ricerche degli utenti sono sempre più conversazionali, più semanticamente compiute e si può ipotizzare che saranno sempre più real-time,  ovvero, utilizzeranno crescentemente termini di ricerca con riferimenti alla attualità o (perché no?) alle esperienze personali e collettive degli utenti.

Un flusso di micro-ricerche, una lunga coda di pensieri e desideri, forse non tutti orientati ad uno scopo ben preciso, che ha già invaso i media sociali mostrando al contempo:

  • la grande capacità dei social network (anzitutto Twitter) di diventare i luoghi eletti di questo flusso di pensieri e ricerche
  • l’incapacità di Google di stare al passo con questo real-time web, sia nella indicizzazione del flusso di micro-contenuti generati dagli utenti nei social media sia, ora più drammaticamente, nelle difficoltà di mostrare annunci pubblicitari pertinenti con queste ricerche più complesse.

Quest’ultima è una ipotesi avanzata da John Battelle e confermata da un calo dei click degli utenti sugli annunci pubblicitari del circuito Google negli ultimi mesi.

E non si tratta, con molta probabilità, solo di un banale “effetto recessione”.
Le ricerche conversazionali degli utenti pongono infatti delle sfide ben precise ai motori di ricerca e agli investitori pubblicitari.

Mostrare quello che la gente cerca
Detta così sembra banale. In realtà il paradigma dalla nascita dei motori di ricerca ad oggi è stato “imparare ad utilizzare i motori di ricerca” o “imparare a cercare”; è ora invece che i motori imparino come gli utenti cercano e adattino le loro tecnologie e modelli di business a questa conoscenza.
Pubblicizzare opportunità di dialogo e conversazione
Non solo prodotti e servizi.
Gli investitori pubblicitari devono mostrare la capacità di essere partecipi e protagonisti del real-time web, non spettatori opportunisti.
Sviluppare modelli di real-time advertising
Legare ovvero messaggio e presenza pubblicitaria al flusso degli eventi, delle conversazioni. Monitorare le ricerche degli utenti e adattare messaggi e investimenti pubblicitari a questo flusso, ai vari twit, feed e altre tendenze, magari avvalendosi delle migliori professionalità invece di fare da soli.

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E se Google comprasse Twitter?

Google comprerà Twitter?
Avevo appena pubblicato ieri il post sulle difficoltà di Google a stare al passo con il crescente utilizzo di Twitter e Facebook quando mi sono imbattuto in un illuminante post di John Battelle sul tema.

L’ipotesi di Battelle (neanche così azzardata) è che Google decida presto di smettere di rivaleggiare con Twitter con la sua piattaforma di micro-blogging Jaiku acquisendo il primo, senza troppi fronzoli.  Esattamente come ha fatto con YouTube dopo aver capito che Google Video non avrebbe potuto competere con il più popolare.
Secondo John Battelle

Twitter. It’s an asset Google cannot afford to not own

Insomma, Google deve comprare Twitter.
E aggiungo che deve farlo presto se vuole  stare al passo con la crescente tendenza delle ricerche real time.

Il Search, il modello principale di interazione tra persone e world wide web, sta vivendo infatti una particolare fase di evoluzione che prospetta delle sfide per i motori di ricerca. Quei motori di ricerca che fino ad oggi si sono mostrati abili a indicizzare lo Static Web (o Slow Web) molto meno invece il Real Time Web, ovvero la quantità crescente di contenuti generati dagli utenti nei siti di micro blogging o nei social network.

Le sfide per i motori di ricerca, quindi anzitutto per Google, sono:

  • Fornire nei risultati di ricerca contenuti provenienti dal Real Time Web
  • Far cercare gli utenti dentro i media sociali in cui passano sempre più tempo e non costringerli ad uscire per utilizzare i motori di ricerca nel modo in cui avviene oggi
  • Monetizzare questo nuovo assetto dei risultati di ricerca. Non dimentichiamo che per ora Twitter e Facebook (come molti altri) rimangono asset, incapaci di produrre ricavi considerevoli e di esprimere un solido modello di business, come è invece ancora oggi per il Search di Google.

Gli interrogativi sono:

  • Comprare Twitter potrebbe essere una valida strategia di espansione per Google?
  • Come riuscirebbe Google a trarre ricavi da un servizio sostanzialmente guidato dalle community, quindi decisamente diverso da quelli attuali di Google?

Per ora non mi sembra di riuscire a trovare risposte facili né sembra così facile comprare Twitter.

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E se Google non trovasse più quello che cerchiamo?

I Motori di Ricerca e le persone
I motori di ricerca, primi tra tutti Google, sono di fronte ad una sfida cruciale: riuscire a trovare le informazioni cercate tra una quantità crescente di nuovi contenuti che inonda il Web e la cui presenza in rete è destinata ad aumentare ancora nei prossimi mesi.

La crescita dei contenuti è e sarà sopratutto crescita di contenuti generati dagli utenti: video, post e commenti nei blog, ma sopratutto contenuti generati dagli utenti nei media sociali, nello specifico i social network come Facebook e le applicazioni di micro-blogging come Twitter o Jaiku (quest’ultimo recentemente acquisito da Google, guarda un po’…).

Questi nuovi contenuti di tipo social si caratterizzano per:

Essere fondamentalmente informazioni sulle persone
(che sto facendo, cosa penso, quali cause sostengo, le mie foto ecc…)
Avere una fruizione molto limitata nel tempo
(Chi mai vorrà sapere con Twitter cosa stavo facendo 2 settimane fa?)

Google e gli altri motori di ricerca troveranno questi contenuti facilmente?

I primi allarmi ci sono già stati (How can Google cope with Twitter pollution?) e la questione solleva degli interrogativi sull’ecologia della informazione on line e la sostenibilità dello sviluppo di Internet, già affrontati in questo blog.

Il problema principale posto da queste nuove forme di contenuto su Internet è che esse destrutturano la forma più comune di contenuto presente  su Internet fino ad oggi, fatta soprattutto di informazioni più o meno complesse ed esaustive, cercate, trovate e mostrate dai motori di ricerca senza una specifica rilevanza temporale (o perlomeno una che sia al passo con la costante generazione di questo nuovo tipo di contenuti).

I nuovi contenuti, come già detto, sono nano-informazioni, piccoli frammenti di vite e di esperienze il cui valore è sopratutto essere fruibili e condivisibili in tempo reale.
Sono il real-time web opposto allo slow web, come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi.

I motori di ricerca dovranno trovare persone, non solo informazioni

È prevedibile che le ricerche degli utenti riguarderanno sempre più questo tipo di contenuti, una tendenza sicuramente favorita dalla crescita nell’utilizzo dei media sociali.

Sembra che Google e gli altri motori di ricerca facciano attualmente fatica ad indicizzare i contenuti del real-time web o Deep Web. O potrebbero in ogni caso essere inadeguati a gestire l’inquinamento dell’informazione provocato dalla loro visibilità nelle ricerche degli utenti (qualcuno potrebbe anche obiettare che se cerco un Hotel a Napoli non voglio visualizzare l’ultimo twit di Fabrizio Napoli…).

In queste condizioni la gente potrebbe anche cominciare a cercare altrove…

Se i social network decidessero (come faranno) di potenziare le funzioni di ricerca sul web (anche integrando tecnologie “esterne”), l’utilizzo dei motori di ricerca potrebbe calare.
E questa sarebbe una brutta gatta da pelare per Google & Co…

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La sostenibilità di Internet e l’ecologia dell’attenzione

Ecologia dell'attenzione e internet sostenibile
Luca De Biase in un ottimo post che riprende il tema dell’Ecologia dell’attenzione da lui stesso affrontato qualche giorno fa in un paper, ci consegna una rilfessione illuminante sulla sostenibilità e i potenziali pericoli dello sviluppo di Internet:

Il problema è, mi pare: il percorso di sviluppo del medium delle persone che cresce su internet è sostenibile?

La risposta è tutt’altro che scontata e gli scenari possibili sono molteplici come si può leggere nel post.
Bisogna ringraziare però Luca De Biase per aver messo in agenda e ribadito alcune concettualizzazioni importanti:

Internet non è un medium nè una tecnologia
Le persone sono il medium e Internet è un ecosistema complesso in cui convivono protagonisti dei fenomeni e parassiti
Il modello di business dei media tradizionali e delle major è quello della disattenzione

Considerando l’insieme del sistema dei media tradizionali, della pubblicità, delle major, può essere che la dinamica monetariamente interessante non sia quella dell’attenzione ma quella della disattenzione. Molte entità che vogliono imporre il loro punto di vista sanno che le persone distratte hanno comportamenti automatici quando sono sottoposte a un martellamento di messaggi semplici e ripetitivi.

Lo sviluppo sostenibile di Internet è legato dunque alla ricerca dell’attenzione, non per fini immediatamente monetizzabili, ma sopratutto per costruire relazioni e conversazioni. Quindi in netto contrasto alla strategia della disattenzione dei media.
Le persone, con i loro User Generated Content, possono diventare protagonisti nella costruzione di una nuova ecologia dell’informazione.

Lo scenario è ottimistico e auspicabile.
È anche vero, però, che molte di queste persone sono oggi i protagonisti di una certa economia della disattenzione, quella che suggerisce un continuo cambio di contesti comunicativi e relazionali e che plasma quella che ho già definito in un altro post, la Generazione Altrove.
Chi in questa generazione nascente riuscirà a costruire una vera ecologia dell’attenzione?

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User Generated Content. Quali modelli di business?

La crescita degli user generated content
C’è un gran parlare negli ultimi mesi del futuro degli UCG (User Generated Content) e dei modelli di business che si svilupperanno attorno a questo fenomeno. Paul Verna, senior analyst di Emarketer e autore di un rapporto sul tema dal titolo abbastanza esplicativo User-Generated Content: More Popular than Profitable, afferma giustamente in un post (Can User-Generated Content Change Your World?) che

[...] there is no easy road to riches in user-generated content

e spegne l’ottimismo che ha accompagnato il fenomeno dai suoi inizi.

Gli UCG infatti stanno creando ultimamente non pochi problemi:

  • spostano audience dai media tradizionali a quelli digitali causando il calo di ascolti e di lettori che preoccupa non poco ultimamente TV e giornali
  • non generano gli stessi guadagni del loro esordio
  • pongono spesso problemi di copyright costringendo i grandi publisher ad affrontare onerose cause legali

Quale sarà il ruolo degli UCG nei prossimi mesi?

In che modo utenti, aziende e media tradizionali potranno trarre un beneficio dai contenuti generati dagli utenti?
A mio giudizio sono ipotizzabili alcuni scenari:

Crescita degli User & Company Generated Content.
Crescerà la presenza in rete di contenuti realizzati dagli utenti su speficici topic proposti dalle aziende. Questo tipo di co-produzione (già discretamente in atto) può avere la forma di contest pubblicitari (vedi Zooppa o il recente VCAM su Current), iniziative tese a fare community su specifici progetti web aziendali o altre iniziative virali e meno riconducibili alla pubblicità in senso stretto.
Insomma gli UCG come manifestazione di un processo di coinvolgimento sempre maggiore degli utenti nella costruzione dei brand
Crescita del Revenue Sharing
Già nel 2006 Victor Keegan sul Guardian si chiedeva:
Can’t we all share in the search bounty?
Da allora si è mosso poco. Il modello della condivisione dei guadagni fatica a decollare. Si sono mossi anche giganti come YouTube (seppure con un programma limitato e poco trasparente) ma per ora non si osserva crescita apprezzabile di questo modello di business.
Eppure potrebbe esserci ancora uno spazio.
Potrebbero essere ad esempio i media tradizionali e le aziende a proporre agli utenti dei programmi di co-publishing: agli utenti potrebbe essere offerta la possibilità di pubblicare sul web i contenuti generati dai media e/o dalle aziende, con una licenza che elimini i problemi di copyright e, cosa più importante, con un compenso legato alla visualizzazione online dei contenuti.
Content Pollution e selezione delle informazioni
Gli UCG cresceranno sensibilmente, è un’opinione condivisa. Potrebbe però diventare difficile orientarsi in questa crescita che rimarrebbe fondamentalmente non organizzata. Cercare contenuti specifici o informazioni, recensioni, pareri potrebbe diventare difficile a causa di un progressivo “inquinamento” dell’informazione. In questo scenario alcuni soggetti potrebbero porsi come aggregatori/selezionatori credibili di contenuti e informazioni selezionati per tema e in accordo con le ricerche degli utenti.
Tutto ciò esiste già, sia chiaro, però potrebbe diventare uno scenario ancora più proficuo per progetti web di aziende che vogliono costruirsi una reputazione online. In sostanza le aziende potrebbero trarre forza da una potenziale debolezza degli UCG. I guadagni delle aziende non sarebbero immediatamente monetizzabili, ma già da tempo in molti suggeriscono una lettura diversa della efficacia di queste iniziative.

Ovviamente nessuno scenario esclude l’altro…

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